Intervista a Alessandro Q. Ferrari

Alessandro Q. Ferrari
Buon pomeriggio wordsbookiani!
Come sta andando la giornata? Dopo le chiacchiere sulle letture di questa settimana, ho pensato di lasciarvi un bel post con l’intervista che ho avuto il piacere di fare a Alessandro Q. Ferrari autore de Le ragazze non hanno paura edito da DeA Planeta. Un romanzo che mi è piaciuto molto e che ho letto giusto la settimana scorso in previsione dell’incontro che si terrà domani, 5 aprile, al Mondadori Megastore di Via Marghera. È una storia che si fa sentire, che ci riporta alle estati dei dodici anni, quando ti ritrovi nel bel mezzo del cambiamento e tutto ti sembra amplificato.
Comunque per la recensione aspetterete ancora pochissimo, giusto il tempo di seguire l’incontro 🙂 Per il momento vi lascio la nostra chiacchierata…

 

IL LIBRO

Le ragazze non hanno paura LE RAGAZZE NON HANNO PAURA
di Alessandro Q. Ferrari


Editore: DeA Planeta • Data d’uscita: 06 febbraio 2018
Formato: Cartaceo • Prezzo: € 14,90 • Pagine: 304


TRAMA:
Se dovesse scegliere un superpotere, Mario Brivio non avrebbe dubbi: l’invisibilità. Sarebbe il modo migliore per attraversare inosservato i corridoi del Boccaccio, lontano dagli sguardi del Bistecca e degli altri bulli della scuola. L’alternativa è quella a cui pensa sua mamma: spedirlo a trascorrere l’estate a casa della zia, a Castelnero, un paesino del Piemonte ai piedi delle montagne dove non conosce nessuno. Ma l’estate per un ragazzo di tredici anni – persino per uno apparentemente senza speranza come lui – è una stagione piena di magia, ed è proprio lì, tra boschi, torrenti e vecchi ponti di legno, che Mario incontra Tata. Tata, la ragazza più bella che abbia mai visto; Tata, la compagna di giornate trascorse a intagliare tronchi, costruire armi, e ad assaporare l’intensità di sentimenti fino ad allora sconosciuti. Insieme a lei, Mario diventa per la prima volta parte di un gruppo. O meglio, di una banda. Una banda di sole ragazze: Tata, Jo e Inca. Fino alla notte della tragedia. La notte in cui l’estate finisce e comincia un nero inverno, che ognuno di loro dovrà affrontare da solo. Un viaggio dentro un bosco fitto di paure, al termine del quale Mario e la sua banda si ritroveranno, mano nella mano, non più bambini.

 

INTERVISTA A ALESSANDRO Q. FERRARI

D: Come è stato passare dai fumetti al primo romanzo?
R: Liberatorio. Sceneggiare fumetti ha sempre qualcosa di tecnico che non permette di abbandonarsi davvero alla scrittura. Prima di cominciare a battere sulla tastiera, la sceneggiatura va separata in tavole e ogni tavola va separata in vignette. A loro volta, le vignette devono essere divise in descrizione di ciò che accade (quello che la disegnatrice o il disegnatore poi illustrerà), didascalie e dialoghi. Ci si muove in una dimensione razionale, devo decidere prima quante tavole e quante vignette ci sono, e anche se l’istinto è molto importante è come se tutto passasse attraverso un filtro meccanico. Anche per scrivere un romanzo bisogna applicare un filtro meccanico (trama, pesi dei personaggi, costrutti linguistici), ma questo accade dopo, con la prima revisione. All’inizio ci si lascia andare alla scrittura senza freni, descrivendo semplicemente ciò che ha davanti agli occhi.
 
D: Come è nata l’idea di “Le ragazze non hanno paura”?
R: Sono sempre stato attratto dalle storie che parlano di discese agli inferi (spoiler alert!). Dal mito di Orfeo all’Eneide, dalla Divina Commedia fino alla serie a fumetti di Neil Gaiman “Sandman”, ma sentivo che c’era ancora qualcosa da dire, un tema e un senso che non erano mai stati affrontati. Ho iniziato con questa idea in testa, una banda di ragazzi che scende all’inferno. “Possono farlo davvero?” mi sono chiesto. “Che cosa troveranno laggiù?” “Perché dovrebbero farlo, chi o cosa li spingerebbe a rischiare tanto?” Mi sono fatto queste domande e di colpo tutto ciò che volevo dire era lì pronto, mi stava aspettando.
 
D: Come mai hai scelto di affrontare il tema del bullismo?
R: Da vittima dei bulli so quanto sia importante che se ne parli. Molte delle prepotenze descritte nel libro (lo scherzo della moneta o il finto appuntamento di Angela, per esempio) vengono da esperienze personali e penso che leggerle possa aiutare a superare la vergogna. Diventare vittima ti fa sentire debole e sbagliato, come se fosse colpa tua, ti spinge a odiare te stesso per come sei fatto. Allo stesso tempo volevo parlare di che cosa significa davvero essere bulli. Mario è una vittima, ma quando incontra Tata non esita a diventare carnefice. Perché? Perché è così facile prevaricare? Mettersi dal punto di vista del bullo per me è una parte altrettanto necessaria di quel doveroso parlarne. Solo raccontando che cosa significa essere bullizzati ed essere bulli si può sconfiggere questo mostro che è dentro ognuno di noi.
 
D: Come pensi che sia la reazione di un adolescente di fronte al tuo romanzo?
R: Io spero che capisca. Che possa raccogliere le parole dei personaggi, la loro esistenza, ciò che succede loro e usare tutto questo per capire il mondo che ha intorno. Non ci si fanno mai abbastanza domande sulle cose e sulle persone, siamo abituati ad avere già risposte e soluzioni pronte in questo mondo (nel nostro mondo europeo e privilegiato quanto meno). Perciò, ecco, io spero che leggendo il romanzo nascano nel lettore infinite domande, che poi significa capire e perciò anche crescere.
 
D: Qual era il tuo obiettivo quando hai iniziato a scrivere il romanzo?
R: Non avevo un vero obiettivo se non raccontare la mia storia nel modo più sincero possibile. Sembra una cosa scontata, per me non lo è affatto. La sincerità, il dire sempre le cose come stanno, è l’atto più difficile e coraggioso che si possa fare scrivendo. C’è sempre il pensiero arguto dietro l’angolo, la strizzata d’occhio o la consapevolezza tecnica che scrivendo una certa frase si otterrà un preciso risultato. Ecco, evitare tutto questo solo per raccontare di Tata, Mario, Laura e Jo per come sono è stato il mio unico obiettivo. E una lotta costante contro me stesso, naturalmente. È come essere l’insegnante e l’alunno allo stesso tempo: darsi i compiti, mettersi le note, ma anche cercare di copiare quando non si ha studiato o non si ha capito la lezione.
 
D: Ci descriveresti, con tre aggettivi, la banda che si crea?
R: MUTEVOLE. Perché davanti a ogni evento sconvolgente che rimette in discussione le sue consapevolezze è pronta a imparare nuovi modi di essere una banda.
SCOMODA. Perché dice le cose come stanno anche quando sono brutte da ascoltare. La verità non è mai bella, non deve esserlo. La bellezza sta nell’atto di fiducia che si compie dicendola e agendola.
FAMILIARE. Perché è la famiglia che ti scegli, che ti costruisci con le amiche del cuore. Non c’è un altro posto dove vuoi essere per il resto della tua vita.
 
D: È stato difficile raccontare questa storia?
R: Raccontarla no, è stato come tuffarsi. È servito tanto coraggio per superare la paura del vuoto, cioè l’idea di scrivere un romanzo, ma da lì in poi è stato veloce come precipitare. Mi sono limitato a seguire Mario, Tata, Jo e Laura nel bosco e il resto è venuto da sé. Ho provato le loro emozioni ogni volta che le provavano loro, ho avuto paura con loro e ho riso fino alle lacrime con loro. Il difficile è arrivato dopo. Quando si è trattato di lavorare al romanzo insieme alla mia editor (la mia straordinaria editor, ci tengo a dirlo). Riscrivere, tagliare, trovare il giusto equilibrio fra le scene, eliminare ogni ambiguità per arrivare a una cristallina chiarezza. Ci sono voluti quasi tre anni e sì, è stato molto difficile. Ma se non lo fosse stato non ne sarebbe valsa la pena, ne sono convinto. È una di quelle frasi fatte che contengono molta verità.
 
D: C’è qualche fatto reale che ti ha condizionato nella scrittura?
R: Farmi condizionare dalla realtà, dalle persone che ho conosciuto e da ciò che ho vissuto o che loro hanno vissuto, per me è l’unico modo di scrivere. Per esempio, un amico mi raccontò tempo fa che nel paesino da cui veniva, in Basilicata, un vecchio scultore intagliava nel legno figure identiche agli abitanti del paese. Questo racconto mi colpì così tanto che divenne la base su cui costruire il personaggio dell’Arpia Russa nel romanzo. Il fatto reale che mi ha condizionato maggiormente, però, è l’essere stato davvero, a 12 anni, in una banda di ragazze. E non averlo mai dimenticato.

 

È stato un piacere poter fare qualche domanda ad Alessandro e le sue risposte mi hanno decisamente soddisfatto. Se già il romanzo mi aveva colpito positivamente, grazie a questa chiacchierata virtuale sono ancora più contenta. Per chi ancora non lo avesse letto, non aspettate e correte in libreria. E vi ricordo che domani sera (giovedì 5 aprile 2018, ore 18.30), al Mondadori Megastore di Via Marghera 28, 20149 Milano, ci sarà la presentazione de Le ragazze non hanno paura, quindi se siete nei paraggi approfittatene!!
 

Clarissa

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